LE OPERE DEI PITTORI ITALIANI DEL ‘600 E ‘700 NELLA DALMAZIA ED ISTRIAReportar como inadecuado




LE OPERE DEI PITTORI ITALIANI DEL ‘600 E ‘700 NELLA DALMAZIA ED ISTRIA - Descarga este documento en PDF. Documentación en PDF para descargar gratis. Disponible también para leer online.

Contributions to the History of Art in Dalmatia, Vol.30 No.1 December 1990. -

Il dipinto della »Madonna con Bambino e S. Giovanni Battista« Trogir, Callezione Slade-Šilović ha sul retro della tela la firma di Hans Rottenhammer München, 1564 – Ausburg, 1625, pittore tedesco attivo a Venezia tra il 1596 e il 1606. Educato in patria presso H. Donauer, a Venezia subì soprattutto l’influenza di Tintoretto, Veronese e Bassano, mentre Ridolfi scrive a proposito della sua amicizia con Palma il Giovane. Rottenhammer è pittore di composizioni mitologiche e religiose di piccolo formato, che indirizzava dunque la sua atività verso i collezionisti e le raccolte private. Le sue composizioni sono raffinate, le figure sono dipinte con minuziose linee marrone chiaro, i dettagli sono modellati alla maniera della miniatura, mentre il ritmo è ereditato dallo stile manieristico di Tintoretto. Il dipinto traurino è l’unica opera nota di H. Rottenhammer in Dalmazia e, per la sfumature del modellato e l’armoniosit dellà composizione, appartiene all’insieme delle opere d’arte importate, qualitativamente più valide, del numeroso gruppo di »artisti – stranieri« attivi sulla laguna verso la fine del XVI e il principo del XVII secolo.

L’autore pubblica il dipinto di Pietro Ferrari »Il martirio di S. Fosca«, proveniente dalla chiesa parrocchiale di Vrsar. Sul dipinto vi sono la firma dell’autore e la data: Petrus Ferrerivs Ro manus pinxit 1664. Un pittore dallo stesso nome era finora conosciuto per un ciclo di dipinti nel coro della cattedrale di Spalato, risalenti agli anni 1663-1664, che rappresentano scene della vita e del martirio di S. Doimo. Il dipinto istriano è interessante in quanto conferma che il Ferari prese a modello il Caravaggio e i suoi seguaci, e in base alla firma rimanda alla origine romana del pittore.

In occasione del restauro del dipinto »Betsabea al bagno« Spalato, Galeria d’Arte nel Laboratorio di restauro dell’Istituto regionale per la tutela dei monumenti culturali di Spalato, è stato possibile concludere con sicurezza che si tratta di un opera di Antonio Zanchi 1631-1722, forse il pitore più importante dei »tenebrosi« a Venezia nella seconda metà del XVII secolo. Pittore dall’attività intensa e dalla chiara maniera stilistica, Zanchi si formò presso M. Ponzoni e F. Ruschi, la cui influenza rivelerà con evidenza nelle sue opere. Nell’ambito della corrente naturalistica della pittura barocca veneziana, formatasi dopo il soggiorno di Luca Giordano a Venezia, e che fu rappresentata da G. B. Langetti, P. Negri, J. C. Loth, A. Carneo ed altri, A Zanchi è forse nell’espressione il più originale e il più significativo rappresentante di questa pittura per lo più orientata verso effetti scenografici soffusi di un forte e diretto chiaroscuro. Le esaltate firuge di Zanchi sono in movimento e in turbinio, rappresentate in composizioni audaci, dai volumi poderosi e avvolti in presanti drappeggi che cadono in fitte pieghe oltre i corpi denudati. Come gli altri pittori barocchi anche Zanchi rappresentò spesso temi mitologici, così raffigurando Batsabea al bagno assecondò le esigenze della complessa iconografia barocca Betsabea come sposa di David è la prefigurazione della fidanzata di Cristo, la Chiesa, realizzando anche il suo concetto di bellezza femminile. Il vigoroso corpo nudo di Betsabea domina il dipinto: accanto a lei sono una serva a David raffigurato su una terrazza, più come silhouette che come personaggio vivente. La sua nudità senza pretese di abbellimento, il volume torto del corpo e la testa ruotata, il contrasto di luce ed ombra, sono caratteristiche dello stile di Zanchi.

La pala d’altare dell’ »Immacolata Concezione della Beata Vergina Maria con S. Pietro« della chiesa della Madonna dell’Angelo a Poreč, che nel lontano 1935 A. Santangelo attribuì a Jacopo Marieschi, viene qui attribuita a Gaspare Diziani, notevole rappresentante del Settecento veneziano, in base al disegno con la rappresentazione omonima pennello e inchiostro a seppia, che è custodita nella Collezione del Museo della città di Udine, a che nel 1970 fu espoto alla mostra »I disegni antichi dei Musei civici di Udine«. La differenze tra il disegno e il dipinto rivelano che la pale di Poreč è l’ordinazione concreta, essendo rappresentata sullo sfondo del dipinto una veduta di quella cittadina istriana. Sulla base di una esauriente analisi comparativa il dipinto di Poreč viene datato agli anni quaranta del XVIII secolo, nella fase pittorica qualitativamente più alta dell’artista, quando l’influenza di S. Ricci era magiormente presente nell’opus di questo pittore di Belluno.

All’eredità del seguaci del Ricci appartiene anche la bella pala d’altare proveniente dalla chiesa parrocchiale di Novalja sull’isola di Pag. Sul dipinto la figura centrale della Madona è rappresentata nella sintesi di tre temi iconografici: Immacolata Concezione, Incoronazione e Madonna del Carmelo. In primo piano tuttavia è il culto della Madonna del Carmelo, nella destra la Madonna regge lo scapolare, a sinistra è S. Simone Stock, a destra verosimilmente papa Onorio III. A sinistra e a destra della Madonna vi sono le figure a mezzobusto di S. Pietro e Paolo che emergono dallo sfondo neutro del cielo rosseggiante. L’autore attribuisce il dipinto a Jacopo Marieschi 1711-1794, fedele allievo di Gaspare Diziani, ili quale pur non avendo lasciato un grande opus occupa un posto di rilievo nello sviluppo dell’arte rococò sulla laguna. Succedendo al Ricci e al Diziani, Marieschi che aveva un notevole talento, riuscì a sviluppare una sua maniera nell’ambito di uno stile incline alla pateticità e alla modellazione sfumata delle figure. I suoi personaggi sono colmi di freschezza e immediatezza, i drappeggi sembrano risplendere dall’interno, i volti sono estatici, il tratto del pennello pieno di freschezza e di macchie lucenti che brillano e si accendono nei bagliori delle sfumature e delle ombreggiature argentee e sericee.

Avvicinandosi in questo senso al Guardi, Marieschi raggiunge una stupefacente leggerezza di tratto e trasparenza della materia dipinta. Confrontando il dipinto di Pag con le altre opere del Marieschi a Venezia, l’autore lo collega al ciclo di dipinti nella chiesa di S. Maria delle Penitenti a Venezia che risale agli anni 1743-1744, al tempo della prima maturità del Marieschi.



Autor: Radoslav Tomić - ; Regionalni zavod za zaštitu spomenika kulture, Split

Fuente: http://hrcak.srce.hr/



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